La morale delle catene

La riduzione di esseri umani a merce ha trovato difensori agguerriti e autorevoli fino a tempi molto recenti

L’esigenza di ridurre alcuni gruppi umani in schiavitù per migliorare la condizione di altri è ben presente nella cultura oligarchica antica e moderna. Ne fu assertore, in pieno secolo XIX, il fior fiore dell’élite politica sudista negli Stati Uniti d’America. Basti pensare alle Remarks di John Calhoun (1838), principale ideologo della secessione sudista nonché assertore del «modello ateniese a Charleston».

L’abrogazione della schiavitù in colonia fu sancita per la prima volta dalla Convenzione nazionale a Parigi nel febbraio del 1794, non senza resistenze e ambiguità. Nel frattempo la Francia repubblicana aveva quasi completamente perso il controllo delle sue colonie, per cui quella abrogazione rimase lettera morta. L’iniziativa teneva dietro ad una lunga e dolorosa storia di schiavismo, la cosiddetta «tratta», su cui è uscito di recente presso il Mulino un importante volume di Salvatore Bono: Schiavi, una storia mediterranea (secoli XVI-XIX). La Seconda Repubblica francese si pose daccapo il problema e lo affrontò sin da subito (febbraio 1848) ad opera di alcuni parlamentari di diversa ispirazione politica, il più noto dei quali fu Henri Wallon, autore di una memorabile Histoire de l’esclavage .

Ma la pratica della schiavitù, che l’Europa aveva trasferito nel Nuovo Mondo, appunto nel Nuovo Mondo aveva continuato a fiorire.

E anzi, era stata prospettata come istituzione legittima in una delle bozze costituzionali formulate al sorgere stesso degli Stati Uniti d’America. Una tale sanzione non sarebbe stata comunque necessaria, giacché di fatto la schiavitù sussisteva e fioriva soprattutto negli Stati del Sud dell’Unione, dove le piantagioni di cotone erano la principale risorsa economica, e gli schiavi la principale manodopera. La sanguinosissima guerra tra Nord e Sud (1861-1865) fu solo in parte una resa dei conti definitiva. Basti pensare — se ci si riferisce alla prassi concreta — che la parificazione dei diritti tra bianchi e neri fu una battaglia degli anni Sessanta del secolo XX, e che solo all’inizio degli anni Novanta del Novecento lo Stato del Mississippi abrogò in modo esplicito l’istituto della schiavitù. Chi aveva continuato a difenderlo — soprattutto la pubblicistica di metà Ottocento — contrapponeva la dura e logorante condizione dell’operaio di fabbrica (14 ore lavorative) alla situazione «familiare» in cui lo schiavo delle piantagioni viveva, quasi parte integrante, di una realtà produttivo-familiare a conduzione paternalistica. Ed è contro la giustificazione paternalistica della schiavitù che si era scagliato per l’appunto Wallon nella introduzione alla sua Histoire .

Nella «civile» Europa intanto la schiavitù trovava — all’incirca nel tempo in cui gli Stati Uniti erano dilaniati dalla guerra (raccontata in Europa da cronisti d’eccezione come Karl Marx) — dei difensori agguerriti sul piano teorico e perciò lontanissimi anche dalla giustificazione paternalistica della schiavitù. Il più noto tra tutti è Friedrich Nietzsche, i cui argomenti affascinavano, ancora decenni dopo, Benito Mussolini, dirigente socialista e collaboratore (1908) del «Pensiero romagnolo».

Tra le formulazioni più esplicite di Nietzsche è nota quella contenuta nelle conferenze intitolate Sull’avvenire delle nostre scuole (1871-1873). Qui viene ribadita la insostituibile funzione della schiavitù in rapporto allo sviluppo della civiltà greca: «Anche se fosse vero che i Greci furono rovinati dalla schiavitù, molto più certa è quest’altra verità, che noi saremo rovinati dalla mancanza di schiavitù» (edizione Kroner, I, p. 153). La novità — commentò György Lukács — è che Nietzsche utilizza la schiavitù come mezzo per la critica della società presente. Fa eco a Nietzsche, quasi alla lettera, Charles Maurras: «Quanti schiavi ritroverebbero la loro pace dentro quegli ergastoli dai quali la storia moderna li ha stoltamente sottratti. Il disprezzo dovrebbe colpire chiunque faccia vagire la prima concupiscenza nel cervello e nelle viscere di un primitivo e diminuisca il privilegio che a volte questi hanno di morire senza essere vissuti» ( Le chemin de paradis ).

In Mussolini il disprezzo-timore per gli schiavi si polarizza sugli schiavi di età romana in un celebre suo scritto, La filosofia della forza , in polemica col compagno di partito, all’epoca ben più autorevole di lui nel Psi, Claudio Treves. «La morale degli schiavi — scrive in quel saggio del 1908 il futuro Duce — finisce per avvelenare la gioia del tramonto alle vecchie caste e i deboli trionfano e i pallidi giudei sfasciano Roma». È sintomatico che in tutto il saggio Mussolini contrapponga Nietzsche, col quale è in piena sintonia, a Claudio Treves.

La conclusione della Seconda guerra mondiale, con le proclamazioni solenni che ne scaturirono e le istituzioni che allora furono poste in essere, parve cancellare per sempre il fenomeno. Ma l’eliminazione del predominio coloniale dell’Occidente su gran parte del mondo fu tutt’altro che indolore. Ed oggi, inoltratici ormai nel secolo XXI, ci si para di fronte una novità strutturale: alla antica opposizione tra modello capitalistico e modello schiavistico, di cui s’è detto prima, è subentrata la compenetrazione dei due modelli. Lo sfruttamento di manodopera schiavile e semischiavile costituisce oggi un caposaldo di ciò che tuttora conviene definire «profitto capitalistico».

Luciano Canfora

Leave a Reply